Essere e stare nel presente: coronavirus e comfort zone

Avevo pensato tempo fa di far partire questo mio nuovo blog su un tema: la comfort zone. Mi ero immaginata il primo post con riflessioni sul lavoro e sull’assenza di sicurezza. Ovunque, anche laddove ci sentiamo protetti come in una botte di ferro.

L’attuale situazione in Italia, tuttavia, mi ha portato a modificare il mio piano.

Mai avrei pensato che dalla comfort zone sarebbe uscito un paese intero.

Per comfort zone si intende: ”La condizione mentale in cui la persona agisce in uno stato di assenza di ansietà, con un livello di prestazioni costante e senza percepire un senso di rischio.”

Oggi viviamo nell’ansia e percepiamo il mondo intorno a noi come rischioso. Dunque la comfort zone non esiste per nessuno.

Come tutti, anch’io ho passato le diverse fasi: un primo sottovalutare la portata del contagio, poi la paura. Paura che si possano ammalare i miei cari, paura del lavoro che salta, ansia del dover gestire una bimba di tre anni ogni giorno senza uscire di casa, paura di ammalarmi, paura di un’incertezza che prende vita, lavoro, famiglia.

E mentre la mia parte irrazionale buttava fuori scenari apocalittici, una parte di me, quella ragionevole e riflessiva mi ha offerto due appigli.

Un libro che può aiutare è ”Antifragile‘ di Nassim Nicholas Taleb. La sintesi potrebbe essere questa:

L’instabilità e il caos sono componenti costanti nella nostra vita. Antifragile non vuol dire essere semplicemente robusti e fronteggiare il caos, vuol dire prosperare nel caos, imparare a trarre vantaggio dalle difficoltà e dai problemi che incontriamo.

E questa sintesi mi ha aiutato a operare un cambio di prospettiva.

Poi ho anche pensato a un breve scambio di messaggi con un mio caro amico. Gli parlavo, tempo fa, di questo libro e lui mi citò Seneca:

Ti raccomando di non renderti infelice prima del tempo. Perché i mali che hai temuto imminenti, forse non verranno mai, in ogni caso non sono venuti. Per alcune cose noi ci angustiamo più di quello che dovremmo, altre ci crucciano prima del necessario, altre senza alcuna necessità. O ci aumentiamo noi stessi il dolore, o lo anticipiamo, o lo creiamo con la nostra immaginazione.”

E cosi ho fatto una prima esperienza consapevole di Sensible Thinking.

Questa grave, drammatica, sconcertante e disorientate situazione può diventare un’occasione per realizzare quei cambiamenti o per prendermi quel tempo che nella vita ”normale” non riuscivo a gestire.

Ma non riguarda solo me. Era come se tutti fossimo dentro un treno impazzito e verso dove, poi? Forse questo stop forzato non porta solo effetti pesantissimi, forse ci aiuta a fermarci un attimo. A tornare ad essere umani.

Leggo sui social di iniziative di ogni tipo. Persone che raccontano come stanno affrontando la crisi. Chi pulisce casa, chi legge libri che non è mai riuscito a leggere, chi crea nuove connessioni con persone sconosciute, chi per la prima volta lavora in modalità smart working, chi si prende un tempo di pausa dal mondo per stare con sé, chi – e siamo in molti – ha smesso di vedere la malasanità italiana e sta apprezzando, pure con orgoglio, ciò che di prezioso abbiamo in questo paese.

Nel mio piccolo mondo la mia ricetta al momento è la seguente:

> non angosciarmi per il lavoro, perché sarebbe solo energia negativa, cioè uno spreco
> lasciare invece fluire in me il pensiero libero (cosa che da quando ho cambiato vita e sono diventata mamma con fatica riuscivo a fare) per dare linfa alla mia creatività, che sarà più che mai necessaria dopo
> essere con mia figlia, e non semplicemente starci insieme, che tra lavoro, appuntamenti, orari da rispettare si viveva una vita scandita da doveri, scadenze, corse e troppo poco era il tempo dell’esserci dedicato a noi
> rallentare, godermi lo svegliarsi un po’ più tardi, godermi il fare cose senza guardare l’orologio, godermi il presente e non pensare allo dover successivo.

Forse la sintesi migliore è la seguente: essere e stare nel presente non solo con il mio corpo, ma anche con la mia mente.

Apro così questo mio nuovo blog. E in fondo, forse non l’avrei mai fatto, questo blog, l’avrei messo sempre in fondo alle cose-da-fare, perché superfluo, quando invece, almeno per me, superfluo non lo è.