Perchè il work-life-balance è una grande sciocchezza, soprattutto per le donne.

L’antitesi work-life è una grande sciocchezza!

Questa è la rivelazione da lockdown che ho definitivamente metabolizzato. E lo scrivo in modo ancora più chiaro: l’antitesi work-life è soprattutto una grande sciocchezza per le donne, ancor più se lavoratrici.

Il Lockdown (uso l’anglicismo perché condivido la riflessione della sociolinguista Vera Gheno, per la quale il ‘’termine inglese è diventato quasi il nome proprio della situazione conseguente alla pandemia. Non un lockdown, ma *il* Lockdown’’) ha portato me, come tante madri a occuparmi di mia figlia, che è piccina, a tempo pieno. Ho dovuto farmi un po’ maestra un po’ genitore e pianificare le sue giornate, i laboratori, i momenti di musica, l’attività fisica. C’era bisogno di strutturarci per dare un ritmo allo scorrere del tempo che era sospeso per me, stravolto per lei.

Non è stata una fatica. Al contrario, oltre a divertirmi molto, ho avuto un dono inaspettato. Impegnando la creatività ogni giorno (e per tantissimi giorni) quasi solo con gli acquarelli, la carta pesta, la colla, i cartoncini, le storie da inventare, le canzoni da cantare, le corse in cortile da movimentare la mia mente-lavoro ha premuto il tasto ”off”.

A parte qualche settimana di vacanza al mare, non me lo ero mai mai concesso in modo così radicale. Sicuramente non da quando sono madre. Per me questo è stato davvero un effetto imprevisto. Una consistente parte di me che non stava ferma da troppi anni si è ritirata, in silenzio. E tra la maternità e il lavoro io di campi mentali liberi non ne avevo più.

Questo spazio temporaneamente liberato dentro la mia testa ha messo in movimento una navigazione senza meta che spero duri ancora tanto e tanto e che, in realtà, spero non smetta mai più. Come se fossi un vascello, ho iniziato a esplorare isole, frammenti di me, ma anche nuovi e vecchi terreni e inedite geografie.

Il vuoto mentale, libero di fluire senza timer, è un privilegio.

La maternità risucchia talmente tanto il pensare e impone continue occhiate all’orologio, che perdi l’abitudine, te ne dimentichi proprio, anche se ne avresti bisogno. E’ come se la tua testa fosse un armadio al quale non concedi mai un vero cambio di stagione.

Ecco, mettendo in pausa il canale ‘’work’’ si è creata una sacca ricettiva, dentro di me, e pian piano, come con l’imperatore nudo, è apparsa vivida l’illusione. Inseguiamo di continuo un equilibrio tra vita e lavoro. E lo chiamiamo work-life-balance. Questa nostra corsa continua che ci spinge in avanti è un miraggio. Non esiste la distinzione lavoro-vita, per nessuno e meno ancora per le donne. La nostra vita non è lavoro-vita. La nostra vita è vita. Il Lockdown ha fuso le due dimensioni (e le ha proprio annullate in alcune situazioni) e ha smascherato definitivamente la realtà.

Il lavoro è vita e la vita è fatta di lavoro

Ci sono attività, progetti, scambi, relazioni al lavoro che sono talmente appassionanti, che mi hanno sempre sollecitato a cercare di migliorare e di crescere. Non mi è mai interessata l’effimera ”carriera’’, ma una vita che nelle esperienze e nella conoscenza mi facesse migliorare, questo sì. Parlare di crescita al lavoro è riduttivo perché tutto ciò che ho appreso, pur stando seduta tanto a una scrivania, ha plasmato la mia me stessa anche quando stavo lontana da quella scrivania.

Allo stesso tempo, nella ‘’vita’’ ci sono lavori (insopportabili) come (i più banali) svuotare una lavastoviglie o pagare le bollette o pulire il vasino: lavori che vanno fatti. E sono lavori che mi sento a disagio mettere in una griglia della sezione life, ma nemmeno nulla hanno a che vedere con il Lavoro. Per questo guardare a sé stessi e cercare di fare un bilancio o di porsi degli obiettivi utilizzando la lente del work-life-balance è davvero riduttivo.

Lavoro-Salute-Amore-Gioco

Queste riflessioni sono state pungolate da un libro che in questi giorni di navigazione ho incrociato quasi per caso. Si tratta di Design Your Life di Bill Burnett e Dave Evans (di cui tra l’altro una bellissima esperienza del loro progetto di design thinking per la vita si trova su Creative Live).

Subito all’inizio gli autori invitano a compilare una sorta di pannello di controllo in cui indicare abbondanza o assenza in quattro ambiti: lavoro, salute, amore e gioco (dove il lavoro non è solo quello dell’ufficio e il gioco non è solo fare le conserve di verdura dell’orto – una mia passione, in effetti).

Non si parla di work and life. Si parla di Work, Health, Love and Play. E tutte queste quattro dimensioni sono, insieme, la vita!

Lavoro. Salute. Amore. Gioco.
Altro che Work-Life balance!

Per le donne, soprattutto se madri, parlare di work-life balance è addirittura offensivo. Work-love-health-play balance dovrebbe essere l’approccio. O forse semplicemente life balance, dentro cui ci mettiamo davvero tutto. Soprattutto le donne-mogli-madri, comunque e sempre lavoratrici, anche se formalmente ‘’non occupate’’.

E soprattutto questa apertura di pensiero, questo liberarsi da schemi di un paradigma che ha alla base un grande fraintendimento (o un’immensa ipocrisia) ci rende oneste ed esigenti prima di tutto con noi stesse. Ci aiuta a non farci intrappolare dentro gabbie che sembra vogliano alimentare un’assenza inaccettabile. Quella di una presa di coscienza, che in molti casi sembra rivoluzionaria, senza la quale si accoglie con fatalismo la rinuncia del sé. Anni fa un ex-collega (uomo!) mi disse che le donne vogliono troppo, vogliono sposarsi, avere figli, lavorare e uscire con le amiche e aggiunse:”Non si può avere tutto”.

E invece sì, non solo si può, si deve.